CERTEZZA DELLA PENA, RIEDUCAZIONE INCERTA

Ogni qualvolta le cronache registrano episodi di efferata violenza o qualche detenuto, particolarmente noto, viene scarcerato i soliti benpensanti levano i loro strali sollecitando “carcere duro e pene certe“, come se gli autori dei delitti fossero extraterrestri improvvisamente catapultati sul nostro pianeta, per compiere crimini e misfatti, e non invece nostri concittadini, di cui la società si è accorta troppo tardi e vuole dimenticare troppo presto.

In queste circostanze, senza nulla voler dire circa la gravità del delitto, che certamente deve essere punito con le uniche attenuanti previste dalla legge, dunque anche nessuna, ripenso ai contenuti dell’articolo 27 della Costituzione italiana: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Credo che le pene siano tutte certe perché comminate secondo legge e ridotte quando la legge medesima lo preveda ed il carcere sia sempre duro, dato che, in tanti anni di attività come Garante dei diritti dei detenuti, non ho mai visto prigioni a cinque stelle, né in piena regola con l’ordinamento penitenziario, anzi! 

Di contro, tra i reclusi, ho visto morti di origine sospetta, suicidi sospetti, pestaggi, assistenza sanitaria assente o insufficiente, assistenza psicologica solo formale, attività rieducative teoriche, sovraffollamento, sporcizia, responsabilità penale per chi “non poteva non sapere”, colpevoli condannati nei talk show prima che nei tribunali e tante altre situazioni che definire drammatiche sarebbe soltanto un eufemismo. 

Personalmente penso che coloro i quali hanno commesso un reato debbano essere puniti anche se si tratta dello Stato il quale, se viola le proprie stesse leggi, a causa delle situazioni detentive prima descritte, deve pagare attraverso i responsabili. 

Insomma, come mai i benpensanti, che lamentano l’assenza in Italia di “pene certe e carcere duro”, e che non credono se non provano, non si lamentano pure dell’assenza della “rieducazione certa”, nonostante essa rappresenti una precisa disposizione costituzionale? 

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